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Thierry Sabine e la sua visione. Come è nata la Parigi-Dakar

Alla sua 42° edizione, la Dakar è sicuramente la gara offroad più conosciuta e seguita al mondo. Ma quanto è rimasto della visione del suo fondatore Thierry Sabine? In questo articolo andremo a scoprire le origini della Parigi-Dakar.

Fonte parisdakar.it

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Sulla sommità di una piccola duna in pieno del Ténéré si dice che ci sia un’acacia dal tronco contorto, affaticato dagli anni e da un clima impossibile, i rami secchi, attorcigliati, protesi come mani scheletriche verso il cielo quasi a supplicare un’improbabile pioggia che dia un po’ di sollievo alla sua inestinguibile sete. Eppure l’acacia sopravvive ai margini della pista che da Iferouane porta a Chirfa, nel nord-est del Niger.

Il deserto mi ha lasciato vivere. Il deserto mi richiama

Ai piedi di quell’acacia oggi vive lo spirito libero di un autentico visionario. Una stele e le sue ceneri, disperse tutte intorno dopo la sua tragica morte, avvenuta nel 1986 nello schianto dell’elicottero su cui viaggiava, sono tutto ciò che resta di Thierry Sabine.

Non miraggi o fate morgane, ma vere e proprie visioni che di lì a poco avrebbe trasformato in realtà.

Nove anni prima, non lontano da quell’acacia, il giovane Thierry, pilota di auto e di moto appassionato di avventure e di competizioni estreme, smarrisce la strada durante una tappa del rally Abidjan-Nizza. Sulla sua Yamaha XT 500 rimane isolato dal resto dei concorrenti e si ritrova in mezzo al nulla senza bussola, senza acqua e senza cibo. Uniche compagnie un’inutile mappa e un gri-gri, un amuleto portafortuna regalatogli da un amico tuareg da cui non si separa mai.

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Sabine non si perde d’animo: strofina il feticcio fin quasi a consumarlo, tanto cosa ha da perdere? Caso o destino il gri-gri fa il suo dovere: dopo tre giorni e tre notti il pilota francese viene localizzato e soccorso. Contro ogni previsione Thierry Sabine è salvo. Ma anche irrimediabilmente cambiato. Quelle ore di solitudine, passate in balia di un mare di sabbia a strofinare un amuleto di cuoio, lo hanno conquistato tanto da fargli dimenticare la paura della morte. Il silenzio del deserto, interrotto solo dal vento che modella le dune in forme effimere come quelle delle nubi, gli ha fatto intravedere nuovi orizzonti, nuovi obbiettivi. Non miraggi o fate morgane, ma vere e proprie visioni che di lì a poco avrebbe trasformato in realtà.

Parigi-Dakar, la visione di Thierry

Sull’aereo dell’aviazione militare algerina che lo riporta a casa, Thierry Sabine inizia a pensare ad un rally per mezzi a quattro e due ruote come non si è mai visto prima. Una competizione sensazionale, dal percorso a dir poco folle, con partenza nel centro di Parigi e arrivo, dopo circa venti giorni, sulle spiagge bianche e assolate di Dakar. Due continenti, un mare da attraversare e in mezzo il nulla – o il tutto – del Sahara. Un raid, più che una gara, dove la resistenza e l’abilità del pilota, ma anche le prestazioni e la robustezza del mezzo, verranno messe a dura prova da difficoltà ambientali estreme. Ma anche un’occasione irripetibile per i concorrenti per misurarsi con i propri limiti, in un mix di fascino e di avventura, di esotico e di modernità, di grandi panorami e di condizioni impossibili. “Una sfida per quanti partecipano” è il suo credo “ma anche un sogno per chi sta a guardare”.

 

La visione di Thierry Sabine si concretizza in pochi mesi. Rientrato in Francia comincia a darsi da fare per trovare i finanziamenti necessari alla realizzazione del suo progetto. Bussa a destra e a manca, instancabile e insistente, deciso a realizzare il suo obbiettivo. Finché, miracolosamente, i soldi saltano fuori soprattutto grazie alla Oasis, un’azienda che produce succhi di frutta. Dopo nemmeno un anno dalla sua progettazione la Parigi-Dakar può già dirsi una realtà!

La Dakar numero 1

Il 26 dicembre 1978, giorno di Santo Stefano, centottantadue veicoli di ogni tipo si radunano rombanti sulla spianata del Trocadéro, all’ombra della Tour Eiffel. A bordo ci sono professionisti e privati, piloti esperti e semplici amatori. Li unisce la voglia di avventura, ma anche una buona dose di incoscienza. Li aspettano, infatti, diecimila chilometri da percorrere attraverso Francia, Algeria, Niger, Mali, Alto Volta (oggi Burkina Faso) e Senegal. Poche strade asfaltate, molte sterrate e poi chilometri – tanti – di piste sabbiose che attraversano il deserto. Di quelle che oggi ci sono e domani no, cancellate – o spostate – dal vento, e che per questo non si trovano sulle cartine. Assistenza meccanica poca o nulla, viveri scarsi, clima feroce anche in pieno inverno. La bussola e la volta stellata come uniche guide. L’adrenalina e la benzina come propellenti per affrontare l’avventura. La voglia di arrivare a tutti i costi come obbiettivo assoluto.

All'arrivo sulla spiaggia del Lago Rosa sarà un altro uomo colui che lancerà in aria il suo casco

A vincere questa prima edizione della Parigi-Dakar è un ventunenne di Orléans, Cyril Neveu che negli anni a venire avrebbe legato indissolubilmente il suo nome alla competizione, vincendone diverse edizioni. Stanco, sporco di sabbia e di sudore, taglia trionfante il traguardo in sella – guarda caso – a una Yamaha XT500. Nei suoi occhi c’è la luce inconfondibile di chi sa di aver portato a termine un’impresa. Perché d’impresa, in effetti, si è trattato.

Ed è subito leggenda

Partito tra lo scetticismo generale, il rally comincia magicamente ad attirare l’interesse dei mass media già dopo il terzo-quarto giorno di gara. Prima i giornali, timidamente, poi radio e TV iniziano a parlare con toni sempre più interessati di questo incredibile raid, mentre decine di migliaia di africani si riversano ai lati delle strade (là dove ci sono) per assistere di persona al passaggio di quella carovana di pazzi. Ovunque, da Algeri ad Agadez, da Niamey a Bamako, nelle oasi e nei mille villaggi sperduti che lambiscono il deserto, è un tripudio di gente che mai aveva assistito a uno spettacolo del genere. L’entusiasmo della folla si fonde così con quello dei concorrenti.

Thierry Sabine, 1949 - 1986

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Thierry Sabine (Neuilly-sur-Seine, 13 giugno 1949 – Rharous, 14 gennaio 1986) oltre ad essere famoso come il fondatore della Parigi-Dakar è stato un importante pilota automobilistico francese.

 

La carriera sportiva di Sabine si è svolta soprattutto nel mondo delle corse automobilistiche dove ha gareggiato nelle competizioni di auto turismo sia in circuito che nei rally. Oltre ad aver partecipato ad alcune prove del Campionato del mondo rally, si registra anche la sua partecipazione a varie gare di durata del Campionato mondiale sportprototipi tra cui l'edizione del 1975 della 24 Ore di Le Mans dove si è piazzato al 17º posto assoluto su una Porsche.

 

Un'altra sua passione erano le corse nel deserto e, nel 1977, incorse nell'avventura di restare disperso in Libia durante una competizione tra Nizza e Abidjan.

 

Thierry Sabine iniziò la carriera di organizzatore nel 1975 creando la gara francese dell'Enduro del Touquet, che da evento locale è diventata un fenomeno internazionale. Dopo aver organizzato anche la Croisière Verte, maratona motociclistica dal nord al sud della Francia, unendo le sue passioni decise di organizzare una competizione aperta a vari tipi di veicoli e che si svolgesse per buona parte nel deserto: il 26 dicembre del 1978 prese così il via da Parigi la prima edizione di quella che è diventata la celebre Rally Dakar. Ha continuato a seguire la sua "creatura" anche per gli anni successivi, fondando l'apposita T.S.O. (Thierry Sabine Organization), fino al momento della sua morte avvenuta proprio durante l'edizione del 1986 della corsa africana, quando è precipitato con un elicottero. Nell'incidente aereo persero la vita, oltre a Sabine, anche il cantautore francese Daniel Balavoine ed altre tre persone fra cui il giovane Xavier Francois Bagnoud, giovane pilota ed ingegnere aerospaziale svizzero.